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Città vecchia, storia del restauro - Il Cappellone di San Cataldo - Il borgo, la "città nuova" - Arcivescovado, gli affreschi ritrovati

Città vecchia, storia del restauro

"Se c'è un antico centro storico che merita di essere salvato, custodito, reso praticabile ma soprattutto difeso è proprio la meravigliosa Taranto vecchia" - Gillo Dorfles.

Palazzo Galeota (1729), androneII Vico SeminarioCome è noto, il restauro del centro storico di Taranto è operazione ancora ben lontana dall'essere terminata, nonostante i primi interventi si datino a più di trent'anni fa e ancor più lontano nel tempo si ponga il problema del suo risanamento.

Già il regime fascista, per migliorare le condizioni igieniche della parte bassa della città, rese critiche dall'alta densità abitativa, aveva approntato un piano edilizio che, impostato secondo le modalità di "restauro" del tempo, prevedeva la demolizione dei palazzi dell'intero affaccio a Mar Piccolo, da sostituire con squadrate palazzine popolari (piano dell'ingegner Ferdinando Bonavolta, anno 1933). Per fortuna lo sventramento si limitò solo al "pittaggio" (quartiere) di Turripenne (Scesa Vasto).

Bisognerà attendere poi gli anni sessanta perché si decidesse di affrontare nuovamente il problema del risanamento della città vecchia, il cui processo di abbandono e degrado aveva avuto impulso dall'espansione edile a seguito dell'industrializzazione.

Il dibattito sul destino del centro storico ebbe momenti di forte polemica fra i fautori delle ruspe, che consideravano degne di essere conservate solo le singole emergenze monumentali, e chi invece si batteva per la sua conservazione integrale. La demolizione di palazzo Bellando-Randone sulla "ringhiera" di Mar Grande rappresentò il punto più alto di tale scontro. In risposta, il 22 novembre del '69 fu organizzata su iniziativa di alcuni privati una tavola rotonda dal titolo "Un monumento nell'Italia da salvare: Taranto vecchia", alla quale partecipò il gotha intellettuale dell'epoca, che si schierò unanimemente per la sua salvaguardia. Lo storico dell'arte Giulio Carlo Argan, invitato a prendere la parola, dirà in quell'occasione: "La questione del centro storico tarantino è una questione di importanza nazionale e non soltanto locale. Si tratta di conservare un complesso monumentale che interessa tutto il Paese e alla cui conservazione tutto il Paese deve concorrere."

Piazza Castello. Sullo sfondo, scorcio del Mar PiccoloVico ChiancataFu un evento di straordinaria importanza, che spinse di fatto l'amministrazione comunale ad avviare le procedure per la redazione di un progetto di recupero per l'Isola, affidato all'architetto F. Blandino che lo improntò sul restauro dell'intero tessuto urbano, ancora pressoché integro. Approvato dalla Regione Puglia nel '73, il piano per il risanamento della città vecchia fu premiato nel '75 ad Amsterdam in occasione dell'anno europeo del patrimonio architettonico; tuttavia solo nel '77 si diede avvio ai primi cantieri, in Via Garibaldi, cui seguirono altri negli anni successivi, riguardanti sia palazzi nobiliari della parte alta del centro storico che abitazioni popolari della città bassa.

In particolare si segnalano gli interventi  effettuati con il programma C.I.P.E. negli anni ottanta, grazie al quale si è potuto risanare una vasta area a cavallo del "salto di quota", fra le più suggestive del centro storico.

Gli anni successivi al 2000 hanno visto un risveglio dell'interesse, anche privato, nei confronti dello straordinario patrimonio architettonico dell'Isola. Tuttavia, come in realtà già accaduto più volte nei decenni passati, diversi edifici, restaurati grazie a fondi provenienti dal piano di iniziativa comunitaria URBAN II, attendono ancora una coerente destinazione d'uso, ciò nonostante siano trascorsi diversi anni dalla chiusura dei cantieri.

Palazzo D'Ayala Valva, scorcio del cortile coperto visto dall'andronePalazzo Pantaleo, secondo piano. Particolare di una grande tela inchiodata su un controsoffitto ligneo, attribuita a Domenico Carella. Il dipinto è ciò che resta dopo i danni dovuti all'umiditàNel 2003 fu affidato al celebre architetto spagnolo Oriol Bohigas, noto per aver realizzato il Villaggio ed il "Porto Olimpico" di Barcellona, l'incarico per la stesura del nuovo piano particolareggiato per la città vecchia. Il controverso progetto, che prevedeva tra l'altro la realizzazione di una torre al posto delle case popolari della Scesa Vasto e di un secondo ponte girevole all'altezza di Via Pitagora, difficilmente entrerà nella fase attuativa. Ugualmente poco probabile è che possa avere sviluppo concreto la recente idea di candidare il patrimonio architettonico dell'Isola all'inserimento nelle liste del World Heritage dell'Unesco, tenuto conto lo stato di abbandono che interessa porzioni notevoli del suo tessuto urbano.

Il Palazzo D'Ayala Valva di Via Paisiello assurge quasi ad emblema del degrado ancora diffuso nel centro storico, nonostante il susseguirsi di progetti e proposte. L'edificio monumentale, fra i più significativi della città vecchia per estensione e qualità formale, fu costruito nella seconda metà del settecento ma è giunto a noi nell'aspetto che acquisì agli inizi dell'ottocento, quando fu restaurato dalla nobile famiglia proprietaria ispirandosi all'estetica delle residenze rinascimentali. Di proprietà comunale dal 1982, il palazzo ospitava importanti tele, una delle quali, particolarmente notevole, decorava il soffitto del salotto ed è stata recentemente attribuita al pittore seicentesco Michele Regolia (Apparizione di San Francesco agli ammalati). Destinato prima a sede del museo etnografico, poi ad accogliere una pinacoteca, l'edificio è in abbandono da decenni, ed i continui furti e vandalismi ne hanno consigliato la messa in sicurezza del patrimonio artistico residuo, fra cui la grande tela citata. Una sorte simile è toccata nel 2010 anche al Palazzo Carducci, con il trasferimento degli arredi e delle opere pittoriche in altra sede, nell'attesa di un ormai improcrastinabile intervento di restauro.

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Il Cappellone di San Cataldo

Cappellone di San Cataldo, il vano ellittico. Si notino sul pavimento le integrazioni in cemento, oggi rimosse, visibili nella rosa centrale, ricostruita con i recenti lavori di restauroVolta del Cappellone di S.Cataldo, "La Gloria di San Cataldo" di P.de Matteis, 1713La cappella di San Cataldo nel duomo di Taranto, comunemente nota come "cappellone", rappresenta uno degli esempi più importanti in assoluto dell'utilizzo dell'intarsio marmoreo in età barocca.

La particolare ricchezza di marmi commisti a pietre dure, gemme e madreperla, che ne ricoprono per intero la superficie, la rendono un caso unico nella regione, che trova raffronti solo nelle coeve migliori realizzazioni della capitale del Regno. Originale la forma ellittica, che avvolge completamente il visitatore, così come l'utilizzo sui rinfianchi degli archi che definiscono le due nicchie maggiori, al centro delle pareti, di eleganti intarsi che creano effetti di profondità ad imitazione di trafori marmorei.

La veste decorativa dell'opera guarda alla produzione architettonica napoletana. Tuttavia ignoriamo sia il nome dell'architetto al quale l'arcivescovo Tommaso Caracciolo commissionò nel XVII secolo il progetto della grande aula, sia l'ideatore degli ornati in tarsie policrome; quest'ultimi è però probabile siano stati concepiti sotto la supervisione del famoso scultore Cosimo Fanzago (M. Pasculli Ferrara).

Nel 1657, durante gli scavi per la realizzazione delle fondazioni, si rinvenne una epigrafe dedicatoria in onore dell'agronomo romano Lucio Giunio Columella, oggi dispersa (vedi "La Città - L'Acropoli").

Il vano ellittico è preceduto da un vestibolo quadrangolare, corrispondente all'antica cappella di San Cataldo fatta costruire dall'arcivescovo Giraldo nel 1151; qui vi erano i sepolcri dei principi di Taranto, frantumati proprio per ottenere scaglie marmoree utili per la decorazione del cappellone.

Gran parte dei materiali usati per gli intarsi lapidei sono frutto dello spoglio di edifici classici del centro antico.

Giovanni Lombardelli, altare maggiore del Cappellone di San Cataldo (anno 1676)Cappellone di San Cataldo, statua di San Domenico di G.SammartinoParticolarmente suggestivo è l'altare maggiore, opera commissionata a Giovanni Lombardelli nel 1676. I pilastrini posti accanto al paliotto ospitano gli stemmi del capitolo e della città di Taranto, mentre da due finestrelle laterali è visibile l'urna contenente i resti di San Cataldo. I putti capoaltare sono una aggiunta successiva dello scultore Antonio Raguzzino, eseguiti sotto il vescovado di F. Pignatelli (1683 - 1703).

Fonti documentarie attestano che per la realizzazione dell'altare furono riutilizzate sotto forma di scaglie marmoree anche le colonne che reggevano il protiro della chiesa romanico-gotica di San Domenico Maggiore.

Nel 1713 l'arcivescovo G. B. Stella affidò gli affreschi del tamburo e della volta del cappellone al famoso pittore napoletano Paolo de Matteis. Essi rappresentano rispettivamente le storie del Santo con i miracoli da egli compiuti e la Gloria di San Cataldo.

Questi gli episodi della vita del vescovo irlandese descritti nei riquadri del tamburo (partendo dal primo a destra dell'altare): San Cataldo a Gerusalemme riceve l'ordine di recarsi a Taranto; San Cataldo guarisce una muta; San Cataldo libera una indemoniata; San Cataldo predica ai tarantini; San Cataldo resuscita un operaio; San Cataldo resuscita un bambino; San Cataldo fa riacquistare la vista ad un cieco.

Giuseppe Sammartino, uno dei più importanti artisti del settecento napoletano, realizzò nella seconda metà del XVIII secolo sei delle dieci statue marmoree del vano ellittico, collocate nella zona centrale delle pareti (a sinistra: Sant'Irene, San Domenico, San Filippo Neri; a destra: Santa Teresa d'Avila, San Francesco d'Assisi, San Francesco di Paola), e le due sculture del vestibolo (a sinistra San Giuseppe; a destra San Giovanni Gualberto). Originale la soluzione adottata dall'architetto Giuseppe Fulchignone di anteporre alle nicchie basi semicircolari, al fine di aumentarne la profondità (C. Gelao). Completano l'apparato decorativo del Cappellone le sculture commissionate a Giuseppe Pagano nel 1804 (San Sebastiano e San Marco), ai lati dell'arco di ingresso.

Vestibolo del Cappellone di San Cataldo, statua di San Giuseppe di G.SammartinoGruppo ceramico raffigurante San Giuseppe col Bambino, attribuito a Gennaro Laudato. H 54,5 cm, 1790 circa. Los Angeles, Getty CenterLa statua in argento di San Cataldo, posta nella nicchia sopra l'altare maggiore, fu realizzata nel 1984 dal professor Orazio Del Monaco in sostituzione della precedente, opera delle officine Catello di Napoli (1892), trafugata pochi mesi prima. Ai lati, due marmi cinque-seicenteschi di ignota provenienza, San Giovanni Battista e San Pietro, acquistati nel 1795. Un altro simulacro argenteo del patrono tarantino, attualmente usato nelle processioni, è stato fuso nel 2003 dall'artista romano Virgilio Mortet.

Un gruppo ceramico conservato al Getty Center di Los Angeles, attribuito a Gennaro Laudato, riproduce fedelmente il San Giuseppe col Bambino collocato nel vestibolo, ed è tratto probabilmente da un bozzetto preparatorio realizzato da Sammartino per la scultura tarantina. Modelli in creta per le statue del Cappellone sono noti al Museo Nazionale di San Martino a Napoli (San Francesco di Paola; Santa Teresa d'Avila), in una collezione privata (San Francesco d'Assisi), ed ancora presso il Kunsthistorisches Museum di Vienna (San Filippo Neri).

Sempre nella seconda metà del settecento, infine, l'arcivescovo Mastrilli commissionò all'architetto Giuseppe Fulchignone il disegno del portale marmoreo di accesso alla cappella barocca, opera di esecuzione molto raffinata. Il monumentale ingresso è chiuso da una ricca cancellata in ferro ed ottone, fatta realizzare dallo stesso arcivescovo ed eseguita dagli artigiani Rocco Imperato e Pasquale Terrone.

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Il borgo, la "città nuova"

Via D'Aquino vista da Piazza Maria ImmacolataPiazza Maria Immacolata, scorcio dell'edilizia d'ambitoLa crescita demografica della città di Taranto nel settecento ed ancor più nell’ottocento finì col rendere troppo angusti i confini dell’isola-città vecchia; si rese così necessaria l’adozione di un piano di ampliamento che potesse porre rimedio anche alle difficili condizioni igieniche dell’isola, accentuate proprio dal sovraffollamento.

Già nel 1789, e poi più tardi nel 1859, furono avanzate ai Borbone richieste per la stesura di un progetto di sviluppo edilizio, approvate però solo poco dopo l’unità nazionale dal nuovo governo italiano. L'incarico di disegnare la crescita di Taranto verso oriente fu affidato all’architetto Davide Conversano, che concepì un quartiere moderno, con larghe vie a scacchiera e ricco di piazze, ma purtroppo non rispettoso del patrimonio archeologico della città, via via scoperto, e distrutto, dai vari lotti di espansione.

Il piano Conversano seguiva gli schemi tipici dell'urbanistica ottocentesca: una maglia regolare di strade ortogonali la cui realizzazione rese necessarie notevoli modifiche all'altimetria naturale del suolo. In alcune aree si operarono profondi sbancamenti, mentre altre furono interrate; quest'ultime sono estremamente interessanti per la ricerca archeologica in quanto hanno conservato intatto il bacino stratigrafico.

Castello Aragonese prima dell'ampliamento del canale navigabile. Al centro sono visibili il Torrione di S.Angelo e l'antico ponte in muratura, entrambi abbattuti per la costruzione del Ponte GirevoleL'edilizia su Via Regina Margherita, particolare. A sinistra, Palazzo PerroneIl primo fabbricato del nuovo quartiere fu Palazzo Ameglio, eretto negli anni ’60 dell’ottocento (isolato fra C.Due Mari, V.Matteotti e V.D’Aquino). Tuttavia, il vero “boom” edilizio si ebbe negli anni successivi al 1880, quando si iniziò la costruzione dell’Arsenale Militare e si diede avvio all'ampliamento del canale navigabile.

Molti gli edifici di rilevante interesse architettonico. Palazzo D'Ayala Valva (Via Anfiteatro) è notevole per la presenza in facciata di elementi decorativi in terracotta, materiale utilizzato in luogo di quelli maggiormente diffusi nell'edilizia dell'epoca, quali lo stucco e la pietra. In particolare, i pannelli ai lati del finestrone centrale al primo piano sono ornati da due panóplie (armature complete) e da insegne militari.

Gioiello del liberty locale è la ringhiera in ferro battuto posta a protezione della balconata al primo piano dell'edificio in Corso Umberto I, 97. E' decorata da una serie di cerchi inscritti in quadrati, al centro dei quali compaiono mazzi di fiori resi con vivace naturalismo.

Palazzo D'Ayala Valva, Via Anfiteatro. Particolare della facciata, anno 1880.Edificio in Corso Umberto I, 97. Particolare della balconata al primo piano.Il palazzo sorto all'incrocio fra Via Di Palma e Via Pupino è caratterizzato invece dalla presenza di una colonna angolare, che si sviluppa per l'intera altezza della fabbrica terminando in un capitello corinzio, sopra il quale vi è il cornicione d'attico. Si tratta questo di un elemento architettonico piuttosto ricorrente nell'edilizia più antica, in particolare in quella salentina di età barocca.

Durante il ventennio fascista fu sistemato il Lungomare di Mar Grande, lungo il quale furono innalzati anche imponenti edifici pubblici, come il Palazzo del Governo, opera dell’architetto Armando Brasini. A Cesare Bazzani si devono invece il Palazzo delle Poste, la sede della Banca d'Italia e l'ex Casa del Fascio, edificio quest'ultimo decorato nella "sala delle udienze" da notevoli affreschi opera di Mario Prayer (vedi "Immagini" pagina 2).

Gli anni del secondo dopoguerra sono stati caratterizzati da fenomeni di speculazione edilizia: diversi antichi edifici sono stati abbattuti e sostituiti da palazzi moderni, spesso molto più alti dei precedenti, che hanno finito per modificare la fisionomia del Borgo.

Elaborazione virtuale del Palazzo degli Uffici a restauro concluso. Autore Marcello Solferino per Pixelart studioEdificio in Via Di Palma angolo Via Pupino. Particolare della facciata.Oggi il quartiere è al centro di iniziative di recupero grazie alla disponibilità di fondi provenienti dall’iniziativa privata, in questi ultimi anni orientata soprattutto al risanamento di vecchi edifici da destinare a nuove funzionali abitazioni.

Tuttavia, le note difficoltà di carattere economico che hanno interessato il comune di Taranto, attraversato da una fase di dissesto finanziario a partire dall'ottobre del 2006, hanno a lungo bloccato il restauro del suo monumento più rappresentativo, Palazzo degli Uffici, per il quale sono previste profonde opere di trasformazione, volte a restituire alla pubblica fruibilità sia il percorso della galleria fra Piazza Garibaldi e Piazza della Vittoria che i due cortili interni. Per quest'ultimi è stata progettata la realizzazione di una copertura in vetri.

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Arcivescovado, gli affreschi ritrovati

Arcivescovado, scorcio del portale e della facciataArcivescovado, il cortile dal lato del "salone dei vescovi"Edificio di antica origine, la residenza dei vescovi di Taranto è stata oggetto a partire dagli anni Duemila di un complesso programma di restauri sistematici, che hanno interessato tanto i prospetti interni ed esterni quanto gli ambienti di rappresentanza ai piani superiori. La fabbrica ben esprime con la sua monumentalità l'importanza della diocesi tarantina, che era di nomina regia e vantava una delle mense vescovili più ingenti del Regno di Napoli.

Non esistono fonti documentarie certe in merito alla data di fondazione del palazzo; tuttavia gli storici concordano nel far risalire la sua edificazione alla seconda metà del XI sec., per volontà dell'arcivescovo Drogone, il promotore della ricostruzione della Cattedrale.

Superato il portale d'ingresso, dominato dalla figura in marmo di San Cataldo benedicente, si entra nel cortile, dove si apre l'elegante accesso alla scalinata principaleEx sala "del camino", lato meridionaleIscrizione a ricordo della visita di Re Ferdinando IV, dalle linee tipicamente settecentesche. L'intervento di restauro dell'atrio, condotto nel 2001, ha consentito di mettere in luce ciò che resta delle volte di un portico cinquecentesco, forse in origine esteso a tutti e quattro i lati della corte.

I lavori eseguiti fra la fine del 2006 ed i primi mesi del 2007 hanno interessato gli ambienti del piano nobile che si sviluppano lungo Mar Grande e Piazza Arcivescovado, ai quali si accede dopo aver superato l'austero "salone dei Vescovi" e la "sala del trono". I risultati del restauro sono stati eccezionali. Rimossi vecchi strati di intonaco sono infatti venuti alla luce interi brani affrescati, che rimandano ad età e tematiche differenti.

Le figure di santi, di notevole qualità pittorica, che decorano la sala che precede quella che dà accesso alla cappella si datano agli inizi del '600; al centro della composizione, due angeli reggono lo stemma dell'arcivescovo Caetani. Il corridoio in affaccio su Mar Grande, dalle agili volte a crociera, è affrescato con un finto pergolato che riprende le linee di un ornato preesistente, a dare l'illusione di trovarsi in uno spazioEx sala "del camino", particolare angelo che suona la trombaEx sala "del camino", decorazioni "chinoiserie" aperto.

Di particolare rilevanza le acquisizioni scaturite dall'intervento conservativo effettuato nella grande sala successiva, detta "del camino" appunto perché vi fu realizzato negli anni '60 un caminetto. Questa in origine si affacciava direttamente sul mare tramite tre arcate aperte lungo la parete meridionale. Per dare l'illusione di trovarsi ancora di fronte ad uno spazio vuoto, i restauratori hanno deciso di collocarvi all'interno tre grandi specchi. Una iscrizione dipinta ricorda che questi appartamenti ospitarono Re Ferdinando IV e sua moglie Carolina d'Austria, in visita a Taranto nella primavera del 1797. Per quell'occasione l'arcivescovo Giuseppe Capecelatro (1778-1818) fece completamente riaffrescare il lato meridionale della sala, con due angeli musicanti che reggono il mantello moscato dell'ermellino, segno distintivo della casa reale.

I disegni che ornano le altre pareti sono riconducibili ad un periodo di pochi anni precedente, e furono probabilmente commissionati dallo stesso Capecelatro: si tratta di una serie di decorazioni chinoiserie negli ovali sopra le porte, che seguono le mode "orientali" del periodo.Balconata in affaccio sul cortile internoBalconata in affaccio sul cortile interno, particolare balaustra I delicati paesaggi entro cornici dipinte si possono invece far risalire ad un intervento decorativo promosso a metà del seicento dall'arcivescovo Tommaso Caracciolo. In alcuni documenti questo salone è indicato infatti col nome del presule teatino, oppure come "galleria del bosco", probabile riferimento proprio a tali bucoliche rappresentazioni.

Superati altri ambienti dalle volte affrescate si giunge in una graziosa saletta. Anche qui due strati di affreschi: per quello inferiore, di soggetto sacro, ci resta solo la rappresentazione del Monte Calvario. Di tematica completamente differente è lo strato superiore, caratterizzato da una elegante decorazione architettonica: sullo sfondo celeste di pareti e volta sono affrescati finti specchi, alcuni volatili ed una straordinaria porta dipinta, aperta verso una balaustra su cui è poggiato un vaso di fiori. Questa balaustra in particolare riproduce il modello di quella realmente realizzata a protezione della balconata in affaccio sul cortile interno, alla quale si accede dalla medesima sala. Di grande leggiadria, gli uccelli che si posano sulla cornice all'imposta della volta.

Raffigurazione del Monte Calvario; sullo sfondo, porta dipintaParticolare porta dipintaIl cartiglio posto sull'architrave della porta dipinta indica la data del 1778; da fonti documentarie sappiamo che in quell'anno, più precisamente da maggio a novembre, il palazzo arcivescovile fu interessato da complessi lavori di ristrutturazione e decorazione, commissionati da monsignor Capecelatro. 

Fra le ricevute di pagamento, quella del pittore Michele Lenti, artista gallipolino piuttosto noto nell'ambito locale, e che aveva già lavorato a Taranto nel 1773 quando realizzò una tela per il Duomo (San Cataldo resuscita un morto).

Di particolare interesse documentario gli affreschi scoperti alcuni anni fa in occasione dei lavori di restauro della biblioteca al piano terra, inaugurata nel 1797 sempre per volontà dell'arcivescovo Capecelatro. Nell'ampio salone, un ex magazzino successivamente Particolare affresco con volatiliBiblioteca occupato dalla congregazione di San Gaetano e quindi dalla biblioteca, sono venuti alla luce dipinti raffiguranti busti di filosofi, reperti archeologici e monete, alcune delle quali realmente esistenti nella collezione di antichità che il colto presule raccolse durante la sua permanenza a Taranto.

Tale raccolta, successivamente smembrata, confluì in parte nel Gabinetto Nazionale di Copenaghen, dove si trova tuttora. Forse i locali in questione ebbero la funzione di una vera e propria wunderkammer, cioè di una "stanza delle meraviglie" in cui si raccoglievano curiosità naturalistiche o frutto dell'ingegno umano, secondo una moda tipica del gusto antiquario dell'epoca.

 
 

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