Archeologia, Storia, Architettura a Taranto

 
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L'Acropoli - I quartieri abitativi - La necropoli - Le aree archeologiche di Villa Peripato

L'Acropoli

Largo Petino. La demolizione di un edificio ha reso particolarmente evidente in questo punto il "salto di quota" fra la parte alta e la parte bassa della città vecchiaLargo Petino, salto di quota. Nella foto sono visibili i resti di una fornaceL'acropoli della colonia italiota di Taranto, fondazione spartana della fine dell'VIII secolo a.C., sorgeva sul sito dell'odierna città vecchia, oggi un'isola ma in antico solo una stretta lingua di terra separata dal resto dell'abitato ad oriente tramite un fossato reso navigabile dagli aragonesi alla fine del quattrocento ed ulteriormente ampliato nell’ottocento in occasione della costruzione dell’Arsenale Militare.

Rispetto ai confini attuali del centro storico, lo spazio occupato dall'insediamento greco era di dimensioni minori in quanto la zona in cui sorgono i quartieri medievali in affaccio sul porto peschereccio (la "marina" di Via Garibaldi - Via Cariati) è frutto di una colmata a mare di età bizantina (fine del X secolo).

La penisoletta protesa fra i due mari, luogo del primo insediamento dei coloni spartani, non si configurava come una vera e propria area acropolare poiché ospitava, accanto ai templi e alle dediche votive di privati, anche un organizzato quartiere residenziale. Tale sistemazione topografica non differisce da quella documentata in altre realtà della Magna Grecia: l’acropoli di Siracusa sull’isola di Ortigia offre ad esempio un modello insediativo simile.

Lo spazio occupato dalla “città alta” della polis laconica era fortificato da mura lungo il lato settentrionale, erette sul ciglio del "salto di quota" (Via di Mezzo), dove è evidente il dislivello con l’area colmata nel medioevo. Tuttavia l'andamento del circuito murario antico non corrispondeva esattamente a  quello definito dal banco di roccia odierno in quanto questo risulta arretrato in più punti in seguito all'estrazione di materiale di cava. Resti di tale cinta difensiva sono stati individuati in Largo San Martino e al di sotto di Palazzo Delli Ponti (Via di Mezzo). Lungo il tracciato delle mura di età classica i bizantini eressero nel X secolo un'altra fortificazione, a sua volta inglobata nell'edilizia più recente: i tratti ancora riconoscibili (ad esempio nella cosiddetta "Torre del Gallo") mostrano un diffuso reimpiego di blocchi di grandi dimensioni certamente di età greca.

Largo sulla Postierla Santi Medici: a sinistra, resti della cosiddetta "Torre del Gallo", con blocchi isodomici riutilizzatiIl lato sud, prospiciente il Mar Grande, era protetto da scogliere naturali, incorporate e regolarizzate dalle cortine e dai bastioni cinquecenteschi oggi visibili. Un altro tratto di fortificazione sorgeva probabilmente lungo il lato orientale, dove era il fossato ricavato da una depressione naturale. Sulla base di recenti scoperte archeologiche si può comunque ipotizzare che anche a meridione ci fossero, a partire almeno dal IV secolo a.C., strutture difensive a sviluppo discontinuo, poste nei punti più vulnerabili. R. Sconfienza ritiene invece che in età ellenistica l'intero fronte a Mar Grande della città, compresi i quartieri orientali e la necropoli, fosse protetto da mura.

Una larga via percorreva in senso longitudinale lo scoglio occupato dall'acropoli. L'attuale Via Duomo ne ricalca grosso modo il tracciato; sotto di essa sono stati individuati in più occasioni tratti di basolato datati ad età romano imperiale e ad età bizantina.

In Piazza Castello è visibile parte del colonnato dorico di un edificio templare (due colonne più parte del fusto di una terza), uno dei più antichi dell’occidente greco, noto come tempio di Poseidone ma attribuibile ad una divinità femminile, forse Persefone o Artemide (inizi del VI secolo a.C.). Alte 8,47 metri, le colonne si elevano su un basamento a due gradini: sono prive di éntasis (rigonfiamento del fusto nella sua parte centrale) e presentano ventiquattro scanalature. Si tratta di un numero raramente attestato nell'ordine dorico; lo si ritrova in genere solo nelle più antiche architetture, come ad esempio nel tempio di Artemide a Corfù (590-580 a.C.). L'interasse misura 3,72 metri, mentre il diametro inferiore delle colonne è di 2,05 metri. La scoperta di un frammento di rocchio di dimensioni minori (A. Stazio) ha fatto supporre la presenza di un colonnato interno alla cella disposto su due ordini, come attestato a Paestum nel cosiddetto tempio di Poseidone, dedicato in realtà ad Hera (460-450 a.C., anch'esso caratterizzato da colonne con ventiquattro scanalature), ed ancora nell'Artemision di Corfù.

Convento di San Domenico, resti delle fondazioni del tempio grecoDi un'altra struttura templare, datata alla prima metà del V secolo a.C., si conservano parte delle fondazioni in grossi blocchi squadrati (alcuni recanti lettere incise, segni di cava) della perìstasi (colonnato) e della cella, sulla quale si impianterà la chiesa medievale di San Domenico. Alcuni rocchi di colonne non scanalati sono inglobati nelle murature di fondazione del convento attiguo. Ancora in situ, si notano due enormi blocchi relativi al primo filare dell'elevato della cella.

Nel portale ed in una delle bifore trecentesche in affaccio sul chiostro sono visibili due frammenti iscritti, pertinenti in origine alla stessa architrave. Sono stati ricondotti ad un intervento di restauro promosso sull'edificio templare a metà del I secolo a.C. Nello specifico, l'iscrizione reimpiegata nel portale riporta ".CN.POMPEIUS" (Cneo Pompeo); si tratta probabilmente di un riferimento al committente dei lavori, un personaggio vicino al celebre Pompeo Magno, forse proprio lo stesso magistrato citato nel frammento posto come stipite nella bifora a sinistra (".CORMUS. II", "Cormus duoviro"). Notevoli erano gli interessi finanziari di Pompeo a Taranto, città nella quale ospitò Cicerone nel maggio del 51 a.C. (Cicerone, Epistole ad Attico, V, 3, 6, 7).

Altra area sacra, forse dedicata ad Afrodite, è da localizzarsi nella zona oggi occupata dalla Chiesa di Sant’Agostino, dove nel settecento fu trovato un altare in marmo di età augustea, confluito prima nella collezione privata dell’Arcivescovo Capecelatro e successivamente al Museo Nazionale di Copenaghen.

Le mura cinquecentesche di Taranto vecchia viste da Mar GrandeSi è ipotizzata la presenza di uno spazio a destinazione pubblica, allestito fra la fine del I secolo a.C. ed il secolo successivo, in corrispondenza dell'area attualmente occupata, grosso modo, dalla Cattedrale di San Cataldo. Nel seicento, proprio durante i lavori per la costruzione del "Cappellone", si rinvenne una epigrafe, oggi dispersa, che ricorda un Lucio Giunio Moderato Columella, identificato con il celebre scrittore di agricoltura nato a Cadice. L'iscrizione, forse pertinente in origine alla base di una statua eretta in suo onore, ricorda la carica di tribuno militare che l'uomo ricoprì nella legio VI Ferrata. Fra i veterani inviati a Taranto da Nerone nel 60 d.C. (Tacito, Annali, 14, 27) compaiono anche membri di tale legione, come attestano alcuni reperti epigrafici, rinvenuti nella necropoli di Collepasso (zona Solito-Corvisea). E' probabile quindi che l'ignoto dedicante del monumento a Columella sia proprio un commilitone, stanziatosi in città, dell'illustre personaggio.

Numerose erano le statue che si elevavano sull'acropoli; alcune di esse, frammentarie, furono scoperte negli anni Trenta proprio nelle vicinanze dell'area di rinvenimento della dedica a Columella. Posto sull'arx era anche il famoso Eracle seduto di Lisippo, trafugato dai romani nel 209 a.C. (vedi "La Scultura - La grande statuaria a Taranto").

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I quartieri abitativi

Lo sviluppo topografico della città greca ci è purtroppo poco noto. Se per l'acropoli si tratta di una circostanza "normale" vista la praticamente ininterrotta continuità di vita del sito in antico occupato da questa (corrispondente, come si è detto, all'odierna città vecchia), la nostra scarsa conoscenza dei quartieri sviluppatisi ad oriente dell'area acropolare è dovuta a diversi fattori: le distruzioni operate nell'ottocento con i lavori necessari alla costruzione dell'Arsenale e del nuovo quartiere Borgo, caratterizzati da notevoli modifiche all'orografia del terreno; la spesso non puntuale documentazione degli edifici rinvenuti da parte del primo archeologo inviato a Taranto dal ministero (Luigi Viola) e, soprattutto, la scarsità di materiale da costruzione presente nelle nostre zone, che ha causato un notevole "saccheggio" degli edifici classici già dalla fine del mondo antico.

A questo proposito è utile considerare il caso della vicina Metaponto, centro che non presenta il problema della sovrapposizione della città medievale e moderna sul sito dell'abitato antico, ma dove i monumenti individuati appaiono comunque fortemente depredati.

I resti dell'Anfiteatro in una immagine d'epocaL'insediamento greco raggiunse la sua massima espansione fra IV e III secolo a.C. I quartieri abitativi ed artigianali si estendevano fino a poco oltre l'attuale via Leonida, al di là della quale si sviluppava la vasta necropoli. Questa dalla metà del V secolo a.C. divenne parte integrante della città a seguito della costruzione di un più ampio circuito murario ad oriente, che obliterò lungo il suo tracciato una serie di tombe a fossa precedenti. La nuova cinta difensiva, a doppia cortina con emplekton (riempimento) centrale, collegava le sponde dei due mari, definendo un angolo ottuso nei pressi della ex Salina Piccola (quartiere Salinella). La sua edificazione avvenne dopo l'avvento del regime democratico, instauratosi a seguito di una grave sconfitta militare subita ad opera degli Iàpigi. Non è chiaro se anche i lati della città prospicienti il Mar Grande ed il Mar Piccolo fossero provvisti di mura; tuttavia tratti di fortificazioni con i resti di una probabile torre sono stati individuati di recente nei pressi del Lungomare.

Polibio (XIII, 4, 6) ricorda che alla vigilia della guerra annibalica fu promosso un intervento di restauro sul circuito murario, affidato al celebre architetto militare tarantino Herakleides. Un saggio stratigrafico condotto nel tratto ancora conservato in Corso Italia ha consentito di datare alla seconda metà del III secolo a.C. gli avanzi di muraglia con paramento esterno in blocchi irregolari che si sovrappongono all'impianto difensivo di età classica, riconducendoli con sufficiente certezza al rifacimento testimoniato dalle fonti.

Nel V secolo a.C., oltre alle imponenti opere di difesa, fu realizzato anche un nuovo quartiere basato su isolati regolari delle dimensioni di circa 54 x 30 metri.

La grande agorà di Taranto, che in passato si riteneva sorgesse nelle vicinanze dell'attuale Piazza Garibaldi, probabilmente è da localizzarsi più spostata verso Mar Grande; in essa comunque si elevava l'enorme Zeus bronzeo di Lisippo (alto 18 metri).

I monumenti ci sono noti quasi esclusivamente solo grazie alle fonti letterarie: Polibio (VIII, 31, 35), oltre a parlare di larghe vie longitudinali (la Platèia, "via larga"; la Sòteria, "via salutare"; la Bathèia, "via bassa"), ci dà notizia del Teatro (VIII, 32) e del Museo (VIII, 27, 29), che si trovava nei pressi dell'Agorà; Strabone (VI, 3) ricorda il Ginnasio ed ancora il Teatro maggiore; Esichio (ad vocem) cita l'Auleterion (sala per audizioni musicali); Ateneo (Euforione presso Ateneo, Deipnosofisti, XV, 700d), infine, il Pritaneo.

Terme pentascinenses, ambienti rinvenuti in Via Duca di Genova. II secolo d.C.L'edificio dell'Auleterion è stato ipoteticamente identificato grazie alla scoperta di un monumento rinvenuto da Luigi Viola fra via Anfiteatro e via De Cesare e pubblicato nel 1881. Le descrizioni dei resti messi in luce dall'archeologo, purtroppo non conservati né tantomeno rilevati graficamente, permettono comunque di ricostruire la presenza di una cavea teatrale di piccole dimensioni, della quale si conservavano tre gradini di forma curvilinea. Sulla base di questi fu possibile calcolare un diametro di 10,30 metri.

A pochi isolati di distanza, fra le vie Anfiteatro ed Acclavio, si rinvennero nel 1898 diversi elementi architettonici, pertinenti ad un sacello con pronao tetrastilo di ordine ionico (450-350 a.C.). Fra i reperti recuperati figurano infatti quattro capitelli ionici, due dei quali angolari, e due capitelli ionici di lesene. Nei documenti di scavo si fa menzione anche di due frammenti relativi ad un soffitto a cassettoni decorato con rose, oggi dispersi, e della parte inferiore di una statua femminile, probabilmente acroteriale. Quest'ultima, raffigurante una Nike, è stata di recente individuata nei magazzini del Museo Archeologico Nazionale di Taranto (E. Lippolis).

Nella zona della necropoli, sotto la chiesa del Sacro Cuore (via F.lli Mellone), sono i resti di un importante luogo di culto di età ellenistica (IV secolo a.C.), articolato in più ambienti posti attorno ad un'area scoperta. Si tratta probabilmente di uno spazio sacro destinato allo svolgimento di riti misterici di tipo dionisiaco.

In affaccio sul Mar Piccolo, in corrispondenza del primo seno, era il quartiere portuale. Resti di strutture sommerse, forse relative a moli d'ormeggio, furono segnalati da Luigi Viola nell'ottocento. Il teatro maggiore è stato ipoteticamente localizzato ora nella zona a monte del porto, all'interno del giardino dell'ospedale militare (E. Lippolis), ora in un'area prossima a quella dell'agorà (L. Todisco).

Sulla base delle notizie tratte dalle fonti antiche in merito alla consistenza numerica dell'esercito cittadino (Strabone, VI, 3), si è calcolato per la Taranto del IV secolo a.C. una popolazione di circa duecentomila abitanti. Si tratta di una cifra assolutamente ragguardevole, tanto da porre la città fra le maggiori località del tempo.

Anni '20, trasporto di un mosaico all'interno del museo. Sulla destra, il soprintendente QuagliatiNel 123 a.C., in applicazione delle riforme agrarie promosse da Caio Gracco, venne dedotta la colonia di diritto romano Neptunia Tarentum (Plutarco, Vita di Caio Gracco, 8, 3; Velleio Patercolo, 1, 15). Il sito dove si stanziarono i coloni, di provenienza campana, non è stato individuato topograficamente con certezza; esso comunque doveva sorgere ben distinto da quello greco. Si è proposto di localizzarlo nell'area a nord-ovest della città, su un vasto territorio agricolo che, partendo dalla zona oggi occupata dalla stazione ferroviaria, si spingeva verso Massafra-Palagiano (V. A. Sirago). Tuttavia la maggioranza degli studiosi, sulla base della concentrazione delle evidenze archeologiche di età tardo-repubblicana rinvenute in loco, propende per ubicare il nuovo insediamento immediatamente ad est dei quartieri greci, grosso modo a partire dall'attuale via Regina Elena, in un settore dell'abitato antico che già ospitava le principali officine per la produzione ceramica.

La sistemazione urbanistica di età romana è meglio conosciuta rispetto a quella greca. Sono noti due grandi complessi termali: le terme Pentascinenses in via Principe Amedeo (II secolo d.C.) e le terme di Montegranaro sul lungomare; l'anfiteatro, i cui notevoli resti sono recentemente venuti alla luce al di sotto dell'edificio che ospitava il mercato coperto, e l'acquedotto "delle acque ninfali" in corso Italia.

Una probabile piazza porticata occupava invece lo spazio compreso fra le vie Di Palma e Pupino, da dove proviene un ciclo statuario in marmo di personaggi della dinastia Giulio-Claudia. Alcuni frammenti di architravi iscritti, e i resti di cornici marmoree, rinvenuti nelle vicinanze, sono forse riconducibili rispettivamente a portici di ordine dorico e ad una architettura templare (E. Lippolis).

Anche questi monumenti, in massima parte risalenti alla fine del I secolo a.C., sono stati quasi tutti distrutti dall'espansione edile, così come buona parte delle numerose domus di età tardo repubblicana e imperiale, i cui pregevoli mosaici, staccati, hanno arricchito le collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Taranto. Nei giardini dell'ospedale militare si conservano invece i resti di un sacello di età tardorepubblicana (II-I secolo a.C.) con altare e stele votive, dedicato al culto di Artemide o Demetra.

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La Necropoli

Nel quadro delle nostre conoscenze sullo sviluppo della città antica, l'organizzazione degli spazi destinati a necropoli costituisce senza dubbio l'aspetto più noto.

Tombe a camera rinvenute all'interno dell'Arsenale MilitarePer l'epoca arcaica, così come per le epoche successive, la maggior parte delle tombe rinvenute a Taranto è costituita da fosse scavate nella terra o nella roccia, spesso provviste di una controfossa utile a facilitare il posizionamento dei lastroni di copertura. Questi ultimi potevano essere in pietra o in terracotta, e presentare forma piana o a spiovente. In alcune fosse uno strato di argilla è posto intenzionalmente sul piano di roccia, a volte addirittura perforato per raggiungere la terra sottostante (G. A. Maruggi).

Accanto alle sepolture a fossa, già per l'epoca arcaica sono documentate tombe a camera di particolare impegno monumentale: si tratta di camere con sostegni centrali che, costruite ad imitazione dell'andròn, la sala destinata ai simposi della casa greca, presentano sarcofagi disposti lungo le pareti in luogo delle klinai (letti) della casa reale.

Tombe a sarcofago rinvenute durante i lavori di sbancamento per la costruzione dell'ospedale militareTaranto è uno dei pochi centri greci che abbia restituito ipogei funerari di questo genere (tomba "degli atleti" di Via Crispi 2, tomba di Via Oberdan 35, quest'ultima non più esistente), espressioni di élite sociali di sesso maschile accomunate anche dall'esercizio di attività sportive.

Nel V secolo a.C., una grave sconfitta militare subita ad opera dei messapi segnò il cambio di indirizzo politico della città. Con l'avvento della democrazia (473 a.C.circa) si operò una generale ristrutturazione urbanistica, e mutamenti si registrarono anche nel rituale funerario.

La necropoli, a seguito della costruzione di una nuova cinta muraria fu inglobata all'interno dello spazio urbano; un nuovo quartiere basato su isolati regolari occupò in parte aree già utilizzate a scopo funerario, generando una curiosa "alternanza" fra tombe ed abitazioni che gli antichi spiegavano come segno di una precisa volontà dei tarantini di rispettare un oracolo che garantiva loro grande fortuna se avessero abitato "coi più" cioè con i defunti (Polibio, VIII, 30).

Ipogeo Genoviva visto dalla porta di accesso Accanto alle tombe a fossa scavate nella roccia o nell'argilla si associano nel V secolo a.C. le tombe a fossa rivestite da lastre di carparo (pseudo sarcofago) e le tombe a sarcofago. Le ultime due tipologie si possono considerare caratteristiche del secolo, essendo documentate solo sporadicamente nei periodi successivi. Tuttavia, per ciò che riguarda le sepolture in sarcofago, non mancano rinvenimenti datati anche in età arcaica, alla fine del VII ed al VI secolo a.C. Inserite in una fossa scavata nella terra o nella roccia, potevano presentare sia la cassa in carparo, con copertura litica piana o a doppio spiovente, che in terracotta, quest'ultime erano destinate alle deposizioni infantili. Il corredo funerario, abbondante nel periodo arcaico, si ridusse in età classica a pochi oggetti, a volte solo una lekythos.

Ipogeo Genoviva, particolare di una delle semicolonne doricheIl sarcofago proveniente dalla celebre "Tomba dell'Atleta di Taranto" (480 a.C.), rinvenuto in via Genova nel 1959, mostra una ricca decorazione pittorica policroma, stesa su uno strato di intonaco. Un motivo a meandro si sviluppa lungo il coperchio a spioventi, definendo in corrispondenza delle testate quasi uno spazio frontonale, richiamato evidentemente anche dalla presenza di palmette poste a mo' di acroteri sugli angoli. La sepoltura, famosa per essere finora l'unica in tutto il mondo greco ad aver restituito integro lo scheletro di un atleta che abbia partecipato alle gare sportive dell'antichità, era accompagnata da ben quattro anfore panatenaiche. Si tratta di un tipo di vaso particolare, destinato ai vincitori degli agoni svolti in occasioni delle "Grandi Panatenee", feste che si svolgevano ad Atene ogni quattro anni.

Il sarcofago dell'atleta era posto all'interno di una cassa inserita nel taglio della roccia e formata da lastroni in pietra, posizionati anche sul piano inferiore. E' una soluzione che sembra attestata a Taranto solo in un altro rinvenimento effettuato di recente (luglio 2005) in località Salina Grande, e relativo alla chora (territorio) della città (fine VI-inizi V secolo a.C.).

Resti di pittura presenta anche un altro sarcofago, scoperto in via Nitti nel 1960 (fine VI-inizi V secolo a.C.). E' decorato da due fasce colorate, in rosso ed azzurro, che corrono sotto il bordo, nella parte interna della cassa. Dalla campitura inferiore pendono una serie di fiori di loto.

Ipogeo Genoviva, vestibolo di accesso alle camere funerarieL'utilizzo di tombe a camera sembra interrompersi entro il primo quarto del V secolo, salvo rare eccezioni, per poi ricomparire dalla metà del IV secolo a.C. con tombe costituite da camere singole o da più vani affiancati. L'accesso a tali strutture architettoniche avveniva tramite un dromos (corridoio) a scivolo o a gradini, spesso assente nelle tombe di età arcaica. Le porte sono sovente di tipo dorico, cioè rastremate verso l'alto e con l'architrave sporgente rispetto agli stipiti; erano chiuse tramite una lastra a volte dipinta ad imitazione dei modelli lignei. Sono attestate anche porte a doppio battente, come documenta la camera funeraria conservata in via Umbria 136 (280 a.C.), dove le ante lapidee mostrano due specchiature sovrapposte; in quella superiore vi è uno scudo a rilievo con tracce di colore giallo.

Ipogeo Genoviva, particolare semicolonna doricaInteramente cavate nella roccia, o in parte costruite, le tombe a camera della necropoli tarantina avevano solitamente il tetto piano, realizzato tramite grossi blocchi di pietra affiancati. Le celle di età arcaica e classica potevano presentare anche la copertura a doppio spiovente, retta da architravi poggianti su una o più colonne o pilastri. All'interno, i letti funebri in muratura, non di raro modanati e dipinti, sono addossati alle pareti e, se due, disposti ad L. Rari i casi di celle con più di due klinai.

Il monumentale ipogeo "Genoviva", scoperto nel 1968 in Via Polibio (330 a.C. - ingresso da via Pasubio), è caratterizzato da un lungo vestibolo su cui si affacciano quattro camere parallele inquadrate da slanciate semicolonne doriche. Presenta in alto una cornice modanata e dipinta con motivi geometrici policromi; ampie campiture di colore rosso sono ai lati delle semicolonne.

Soprattutto nel III e II secolo a.C. si diffondono le tombe a semicamera. Simili dal punto di vista costruttivo alle sepolture a camera, ma di dimensioni minori, sono a volte provviste di klinai in muratura.

In alcune tombe a pseudo sarcofago, a fossa scavata nella roccia ed a semicamera è documentata la presenza di pozzetti, di forma rettangolare, posti agli angoli. Sono stati interpretati come funzionali ad un miglior alloggiamento dei piedi dei letti funebri in legno, sui quali era steso il defunto. A tali klinai fanno pensare, infatti, le decorazioni in terracotta dorata trovate in alcune di queste sepolture. Presso la Getty Villa di Malibu (Los Angeles) è conservata una appliques raffigurante il mostro marino Scilla, presumibilmente destinata in origine ad abbellire, insieme ad altre simili, un letto funebre di qualche tomba di Taranto.

Appliques in terracotta dorata, forse di provenienza tarantina. H 6,2 cm, inizi del III secolo a.C., Los Angeles, The Getty Villa Malibu. Foto di Mary HarrschTomba a camera di piazza Pio XII (inizi del III secolo a.C.), kline in muratura. La particolare attenzione alla policromia, evidente nelle ampie campiture di colore, nonché le fini modanature visibili sulla traversa posta sotto la fascia in giallo e sul piedistallo, rendono bene l'idea dell'alto livello qualitativo cui giunse l'architettura di Taranto in età ellenisticaCon la conquista romana, il rito dell'incenerizione sostituisce il rito, prevalente nei secoli precedenti, dell'inumazione. Le tombe sono costituite da semplici pozzi scavati nella terra o nella roccia all'interno dei quali era posto un cinerario in terracotta, vetro o metallo contenente le ceneri del defunto; non mancano tuttavia casi di riutilizzo di camere funerarie preesistenti nelle quali sono ricavate nicchie per sistemare i cinerari.

Notevole l'ipogeo scoperto in via Crispi 32 nel 1919, e datato al II secolo a.C. E' caratterizzato da una decorazione a festoni che si sviluppa, ben conservata, su tutte e quattro le pareti della cella.

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Le aree archeologiche di Villa Peripato

Giardino di originario impianto settecentesco, Villa Peripato insiste su un'area di grande rilevanza archeologica, ulteriormente confermata da recenti attività di scavo.

Villa Peripato, scavo 1991. Tomba a lastroni dipinti, II-I secolo a.C.Il toponimo, di evidente origine greca (deriva da perìpatos, "passeggiata") richiama alla mente la scuola aristotelica e, più precisamente, quella parte del giardino del Liceo di Atene dove il filosofo teneva le sue lezioni, appunto, passeggiando. Su tale scorta molti eruditi locali collocavano il Museion (il santuario delle Muse) proprio in località "Peripato", analogamente a quanto documentato per Atene ed Alessandria d'Egitto. Tale monumento è citato da Polibio (VIII, 27, 29), che lo pone nei pressi del porto.

Sull'affaccio a Mar Piccolo è anche da localizzarsi l'area artigianale delle officine per l'estrazione della porpora, con le celebri fabbriche di tessitura e tintura tarantine. Tarantinídion era il nome con il quale si indicava in antico una famosa veste, la cui diffusione nel Mediterraneo ebbe origine proprio da Taranto. Si trattava di un chitone leggero e trasparente, che divenne col tempo il simbolo stesso della voluttuosità dei tarantini (Clearco presso Ateneo, Deipnosofisti, XII, 522d). Esichio (ad vocem) ricorda in città un mercato delle vesti, estalopìa, probabilmente da collocare nei pressi di questi impianti produttivi.

Villa Peripato, particolare del mosaico rinvenuto nel corso degli scavi del 1991-92. II secolo d.C.Molteplici sono stati gli interventi di scavo succedutisi nell'area di Villa Peripato nel corso degli anni. Nel giugno del 1912 il soprintendente Quintino Quagliati rinvenne una stipe votiva con terrecotte databili ad età arcaica ed ai primi decenni del V secolo a.C., riproducenti una divinità femminile, Demetra o Kore. Il deposito, più che indicare la presenza di un eventuale santuario, è riferibile presumibilmente ad attività cultuali che si svolgevano nell'area della necropoli arcaica.

Villa Peripato, mosaico rinvenuto nel corso degli scavi del 2004. II secolo d.C.Negli anni '40, durante la costruzione del circolo ufficiali della Marina Militare, fu indagato un edificio databile al IV-V secolo d.C.; inoltre fu messa in luce nei pressi del cinema Orfeo una struttura abitativa con ambiente pavimentato a mosaico.

Di particolare rilevanza l'attività di ricerca effettuata a partire dagli anni novanta, sia per l'importanza delle scoperte, sia perché emblematica delle difficoltà che ancora oggi si incontrano nell'opera di valorizzazione del patrimonio archeologico tarantino.

Nel 1991-92 scavi di emergenza condotti in seguito al rinvenimento di strutture antiche durante i lavori per la costruzione di una palazzina servizi, rimasta poi incompleta, permisero di individuare tombe ad incenerizione con lastroni intonacati e dipinti (II-I secolo a.C.), oltre ad alcuni ambienti pertinenti ad una domus di II secolo d.C.; uno dei quali, forse un triclinio (sala da banchetto), pavimentato a mosaico.

Nel 2004 la discutibile scelta urbanistica di realizzare nell'area centro meridionale dei Giardini del Peripato un teatro all'aperto consentì nuove importanti scoperte, suscitando parallelamente vivaci polemiche circa l'individuazione della destinazione d'uso più adeguata per il sito. Prima dell'avvio dei lavori furono eseguiti alcuni saggi preventivi, impostati in corrispondenza delle zone in cui il progetto esecutivo del teatro prevedeva le strutture maggiormente invasive.

Villa Peripato, cantiere del teatro (Gennaio '05). Il saggio di scavo che ha restituito il mosaico policromo; si noti immediatamente a ridosso di questo la piastra in calcestruzzo destinata ad ospitare la platea.Villa Peripato, cantiere del teatro all'aperto (Gennaio '05)Uno di questi saggi, aperto a ridosso della rete metallica di perimetrazione, fra i due ingressi su Via Pitagora, consentì di mettere in luce tre ambienti relativi ad una ricca domus datata alla piena età imperiale. Di particolare rilevanza l'ambiente meridionale, che ha restituito un raffinato e ben conservato pavimento musivo policromo. Nell'area inoltre furono rinvenuti numerosi frammenti di intonaci dipinti e cornici in stucco, attestanti l'esistenza in origine di ricche decorazioni parietali (scavi condotti da A. Biffino e S. Gaetani sotto la direzione di A. Dell'Aglio).

Inaugurato nell'estate del 2005, il nuovo teatro all'aperto di Villa Peripato, sebbene non intacchi strati e strutture eventualmente presenti nel sottosuolo in quanto privo di opere di fondazione, copre buona parte del sito in cui è stata individuata la domus, rendendo di fatto impossibile qualsiasi ulteriore campagna di scavi e, di conseguenza, la valorizzazione dell'importante monumento.

 
 

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